Kevin Prince Boateng, ex centrocampista del Besiktas (foto tratta dal profilo instagram @princeboateng)

Kevin Prince Boateng, centrocampista ex Milan, Barcellona e Fiorentina, attualmente in Turchia al Besiktas, ha scritto una lettera sul razzismo pubblicata sul The Players’ Tribune. Il contenuto della lettera intitolata “Ai miei fratelli e alle mie sorelle bianchi” è perfettamente coerente col personaggio K.P. Boateng, uno dei pochi calciatori che non ha mai avuto peli sulla lingua.

La lettera inizia citando un episodio risalente a quando giocava con la maglia rossonera del Milan: “Sette anni fa giocavo con il Milan e in una gara amichevole c’era un gruppo di tifosi che si divertiva a fare gli ululati razzisti ogni volta che entravo in possesso del pallone. Erano passati 26 minuti e dissi all’arbitro che se li avessi sentiti di nuovo avrei smesso di giocare. Lui mi disse di continuare, ma poco dopo mentre stavo provando a dribblare un avversario continuarono. Presi la palla, la scagliai verso le tribune e me ne andai. Arbitro e avversari mi dissero di continuare a giocare e a quel punto gli risposi male. Quando eravamo sotto al tunnel, Ambrosini mi chiese se fossi sicuro. Gli risposi che lo ero al 100%. Entrammo negli spogliatoi e mi tolsi tutto. Arrivò l’arbitro e chiese se volessimo continuare. Massimo allora si alzò in piedi e disse che se io non avessi voluto continuare a giocare, nessuno avrebbe giocato”.

Prosegue poi con le accuse dirette a Joseph Blatter, l’allora presidente della FIFA: “Nel giro di 24 ore la notizia aveva fatto il giro del mondo e io ero diventato ambasciatore contro il razzismo. Se la notizia era arrivata, in Ghana, in Cina e in Brasile non era perché io avevo abbandonato il campo, ma perché lo avevamo fatto tutti insieme. Questo era il messaggio che ha cambiato il mondo almeno per un po’. La FIFA mi invitò e Blatter chiese cosa potessero fare. Dopodiché mi invitò a prendere parte a una task force. Gli dissi di mettere dei microfoni negli stadi per individuare i colpevoli e sbatterli fuori. Se ci riesci sei un eroe, sennò almeno lo avrai tentato. Dopo email e alcune idee nel 2016 mi hanno inviato una mail dicendo che la task force aveva compiuto la propria missione

E ancora: “Questo è uno scherzo. Cosa hanno raggiunto? Cosa hanno fatto? Hanno multato le squadre 30mila euro dopo che i loro tifosi hanno cantato cori razzisti? E poi quegli stessi sono tornati allo stadio il giorno successivo? I loro figli vedranno tutto questo e lo prenderanno come esempio? Quanto valgono 30mila euro per un club di primo piano? Niente. Credo che abbiano creato la task force per far vedere che stessero facendo qualcosa in quel momento. Non so perché non stiano facendo di più, andrebbe chiesto a loro. Sicuramente VAR e goal line technology sono più importanti della lotta al razzismo. Sono passati sette anni e non è cambiato assolutamente nulla. L’unica cosa che è cambiata è che il fenomeno è peggiorato“.

Infine chiude con un appello ai colleghi: “Abbiamo bisogno dei grandi sportivi: Colin Kaepernick, LeBron James e Megan Rapinoe. Questi sono alcuni dei più grandi: ce ne sono molti altri che stanno facendo un lavoro straordinario. Ma calciatori, club e federazioni? In Europa? A parte Marcus Rashford, che ha mostrato al mondo ciò che è possibile quando usiamo le nostre piattaforme, non vedo molto altro. Dove siete ragazzi? Dove sono i giocatori più grandi del mondo? Sento la responsabilità di invocare il loro sostegno per unirsi a me e al movimento. Posso raggiungere solo otto milioni di persone attraverso i miei profili sui social media, ma userò ognuno di essi ogni giorno. Nonostante il movimento Black Lives Matter al momento abbia molto potere, non possiamo farcela da soli. I bianchi controllano il mondo e sono loro a poter distruggere questo sistema razzista. La chiave è un’altra: sono fratelli e sorelle bianchi, siete voi quelli che possono cambiare questo mondo. Dovete aiutarci. Perché non volete essere trattati come noi. Alcune persone dicono ‘Sì, ma tutte le vite contano’”.